Tanti sussidi e poca fatica?

Il caso dei camerieri, cuochi e barman “introvabili” evidenzia un mercato del lavoro azzoppato e parallelo, che non riesce a essere competitivo nemmeno a fronte dei 500 euro di importo medio del reddito di cittadinanza.
La stagione estiva è arrivata, la pandemia sembra allentare la morsa e la ripartenza dell’economia, iniziando dal settore del turismo, si traduce in un aumento della domanda di lavoro. Dopo mesi di fermo a causa del virus, ci si aspetterebbe una lunga fila di persone disponibili ad accettare un posto di cameriere, cuoco o barman. Invece, dalle notizie che giungono sembrerebbe proprio di no. Perché?
Nonostante gli sforzi profusi ai massimi vertici istituzionali per incitare gli italiani all’ottimismo e al coraggio, parre invece che pigrizia e paura (nonché evasione fiscale) abbiano il sopravvento.

Infatti, prima con l’avvento del reddito di cittadinanza, poi con tutte le provvidenze pubbliche varate (anche) negli scorsi mesi, in molte situazioni risulta più conveniente rifiutare un posto di lavoro regolare piuttosto che abbandonare la certezza di un bell’aiuto pubblico. O meglio, visto che quattro conti tutti sono capaci di farli, molto spesso è più conveniente mantenere l’aiuto pubblico e contemporaneamente accettare un lavoro in nero, d’amore e d’accordo con tanti – troppi – datori di lavoro che, volenti o nolenti, risultano invischiati. Con la ovvia conseguenza che il mercato del lavoro risulta azzoppato dall’esistenza del conseguente mercato del lavoro parallelo d illegale.
Ad ulteriore conferma, va menzionato il fatto che a partire da marzo scorso e per tutto il 2021, per ottenere la Naspi non è più necessario aver lavorato almeno 30 giornate nell’anno precedente e che, inoltre, è sospesa anche la diminuzione del 3% mensile dopo il terzo mese dalla prima erogazione del trattamento di disoccupazione.
D’altra parte non è certo la scoperta dell’acqua calda quella di un noto e accreditato economista, secondo cui “se paghi chi non fa niente, e fai pagare le tasse a chi lavora, non stupirti se poi aumenta l’evasione”.

Visto così, sembrerebbe un problema di facile soluzione: togliere il sussidio a chi non accetta una proposta di lavoro, e il gioco è fatto.
Ritengo però che in realtà si tratti di una questione decisamente più complessa, all’interno della quale ritroviamo alcuni problemi storici del mercato del lavoro italiano, purtroppo acuiti dal lungo periodo di pandemia.
Obiettivamente, infatti, non possiamo omettere di tenere in considerazione che l’incertezza derivante dalle numerose misure di chiusura e riapertura che si sono susseguite in questo brutto periodo, altalena che ancora non siamo certi che sia definitivamente conclusa, non hanno consentito alle aziende di programmare il reale fabbisogno di forza lavoro per far fronte alla stagione estiva, creando così un “collo di bottiglia” nel momento in cui ci si è trovati davanti alla possibilità di riaprire le saracinesche dall’oggi al domani. Se poi questa situazione la caliamo in un contesto, come quello italiano, nel quale un vero e proprio sistema di servizi per il lavoro non è mai stato sviluppato (a causa dell’incapacità degli attori di gestire l’incontro tra domanda ed offerta, che a sua volta ha generato la diffidenza dei lavoratori a rivolgersi a tale sistema), notiamo immediatamente che forse il problema evidenziato in apertura non è frutto esclusivo della “pigrizia” di molti lavoratori.

Vi è poi un altro aspetto altrettanto importante, che probabilmente meriterebbe un approfondimento particolare: se le statistiche riportano che il valore medio mensile del reddito di cittadinanza raggiunge a malapena i 500 euro, dovremmo ragionare anche sul fatto che, se davvero si preferisce accontentarsi di tale somma probabilmente, è dovuto anche al fatto che evidentemente le retribuzioni reali offerte per tali attività non sono poi molto dissimili. A ciò aggiungiamo, come già evidenziato, che troppo spesso sia i lavoratori che i datori di lavoro ritengono più conveniente mantenere in nero il rapporto lavorativo a causa dei costi conseguenti.

Insomma, a nostro avviso la questione non è tutto nero o tutto bianco, e probabilmente lo smettere di vedere il problema esclusivamente in un modo oppure nell’altro già potrebbe contribuire al dibattito.
In conclusione, senz’altro combattere l’evasione fiscale ed estinguere l’assistenzialismo potrebbero costituire un valido aiuto, ma altrettanto, se non di più, potrebbe essere fatto attraverso una seria riforma fiscale, che non risulti punitiva nei confronti di chi le tasse intende pagarle, bensì nella sua equità e semplicità risulti incentivante e addirittura premiante in capo ai cittadini e alle imprese la cui onestà e correttezza costituiscono un fiore all’occhiello.


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