Covid, emozioni e commercialisti

L’importanza di non perdere la dimensione umana.
Mi ha molto colpito il post diffuso sui social: è l'immagine di un palazzo uffici di notte con tutte le luci spente e una sola luce accesa, quella dello studio di un commercialista. In alcuni post c'è la frase “molto più di una professione”, in altri “spegnete la luce e tornate dai vostri cari, non fate gli eroi, ecc.”. Il post continua con altri interventi, ma credo sia importante fermarsi e riflettere su queste parole.
Proprio perché il commercialista ritiene che il proprio lavoro sia molto più di una professione, spesso mette in secondo piano sé stesso, trascurando che è prima di tutto una persona che, come gli altri, sta affrontando emotivamente la pandemia.
Vuoi per caratteristiche personali o educazione ricevuta, il commercialista è portato a mettere prima di tutto il lavoro, dimenticando di prendere coscienza della paura di ammalarsi, di stare male, di far stare male gli altri. Dimenticando che anche lui sta provando rabbia, oppure delusione e tristezza. O invidia per chi può permettersi di stare a casa in smart working.
Oppure ancora non vedendo che probabilmente sta cercando di nascondere l'ansia e l'inquietudine lavorando senza tregua.
Inoltre, accanto alla paura del virus, c'è anche la preoccupazione per il futuro economico dei clienti, che non sanno cosa fare e come riconvertirsi. E anche la preoccupazione per il futuro dello studio, la paura di non aver più clienti e di dover chiudere lasciando a casa i dipendenti.
Intanto intorno a lui si ammalano i familiari, i dipendenti o i parenti dei dipendenti, i clienti, i colleghi … anche se in apparenza tutto continua come prima è impossibile non vivere emotivamente queste situazioni.
Rispetto al precedente lockdown queste dimensioni emotive si sono accentuate, perché non si pensava veramente che potesse riaccadere e nel contempo è subentrata la fatica del continuare a lavorare senza fermarsi.
Perché indipendentemente dai numeri in questo lockdown ognuno di noi conosce qualcuno che si è ammalato o ha vissuto in prima persona il contagio e la malattia, è come se fosse tutto più vicino e reale.
Credo che sia importante dire e dirci queste cose, che prima di tutto siamo umani anche noi. Che abbiamo paura di ammalarci, di infettarci e di infettare gli altri. E anche di morire.
Che non sappiamo cosa fare, come invece tutti si aspettano di solito da noi. Che siamo stanchi, stufi, inariditi e frustrati. Che ci manca tanto il tempo di cucinare una torta, come ho letto in un post di una collega.
Credo che la via d'uscita per non uscirne con i cocci rotti stia nel recuperare la nostra dimensione umana, i valori in cui crediamo, i sentimenti e le emozioni.
Stare vicino ai nostri cari, essere grati per le cose belle che abbiamo e che abbiamo avuto. Provando ad interrompere quel circolo vizioso che ci fa dire “non ho tempo, non posso, devo lavorare”, perché se non troviamo questo tempo non troveremo mai il tempo per lavorare con serenità e lucidità, in modo autentico e soddisfacente. Per poter dire “molto più di una professione” senza sotterranei sensi di colpa nei confronti di noi stessi e dei nostri cari.


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